assaggi: “Gentile Signor Sicario” da “Albina usa un dentifricio spermicida”

“Gentile Signor Sicario,

chi Le scrive è una mamma di 63 anni; ho preso il suo recapito su una rivista dal parrucchiere, e ho potuto capire dal suo annuncio di quale professione Lei si occupa, perché solo noi donne possiamo comprendere i segreti che si nascondono dietro il miracolo della vita ed in questo caso anche della morte.
Vengo subito al dunque, perché Lei Illustrissimo avrà certamente molte cose da fare.
Vorrei che Lei sterminasse la mia famiglia.
Vorrei che Lei ponesse fine ai miei consanguinei.
Ma Le premetto alcune questioni che mi stanno a cuore.
Sono una donna all’antica, Signor Sicario, mi sono sposata a 19 anni perché aspettavo il primo figlio e Lei può immaginare che a quell’epoca il matrimonio riparatore in certi casi era d’obbligo”.

[…] continua… sul libro!

Tratto dal racconto “Gentile Signor Sicario” in “Albina usa un dentifricio spermicida” – http://www.9muse.net

assaggi da Profondo Noir: Il dubbio

C’era effettivamente qualcosa di sbagliato. Se lo sentiva. Era bastato aprire gli occhi, al buon vecchio Frank, e l’aveva capito subito. Un po’ come i vecchi che aspettano il caldo torrido dell’estate. Lo sentono arrivare da lontano, lamentandosi. Si danno un’ultima occhiata intorno, poi cominciano a morire. Inesorabilmente, spiaccicati sull’asfalto come cicche spente. Dev’essere una specie di sesto senso che ti avverte quando i guai si affacciano all’orizzonte preannunciati dal rullare incazzato dei tamburi. Frank se lo sentiva, punto e basta. Non si era ancora dato la prima grattata di coglioni mattutina e già sapeva che qualcosa era dannatamente sbagliato. Che mi venisse un colpo!, pensò il buon vecchio Frank.

Provò a guardarsi attorno, posando lo sguardo perplesso sulla solita camera da letto. Le lenzuola bianche stropicciate, le stampe appese alle pareti, la lampada Ikea. Tutto al posto giusto. Anche la pianta finta, maniacalmente spolverata, nell’angolo di fianco alla porta, se ne stava al suo posto, immobile. Eccheccazzo, sibilò Frank a denti stretti. Era visibilmente infastidito, il buon vecchio. Era una cosa ben strana, quella sensazione. A maggior ragione se si pensa che a quel povero diavolo non succedeva mai un cazzo di niente. Si svegliava, mangiava, cagava, dormiva e con estrema semplicità si svegliava di nuovo. Talvolta gli capitava di prendersi una sbronza o di farsi una sega. Ogni volta che si lustrava l’arnese, poi, si sentiva un vero sporcaccione e la cosa doveva eccitarlo non poco, dato che il più delle volte si concedeva il bis.

Una vita lineare, insomma, senza pennellate creative ma neppure troppe sbavature. Frank parlava di politica, giocava a calcetto con i colleghi della banca, andava a troie nei fine settimana ma solo dopo aver pulito l’appartamento. Lo faceva tutte le settimane, di sabato. Ogni tanto si faceva venire strane idee in merito a possibili utilizzi alternativi dell’aspirapolvere, ma finora si era limitato alle beneamate pratiche onanistiche. Non si era mai fermato a riflettere granché, quel gran figlio di puttana di Frank. Di norma lasciava che le cose capitassero, aspettava che andassero a lui come le stramaledette anime vanno a Gesù Cristo. Senza particolare sforzo, dunque, sospinte dall’inerzia e dalla consuetudine. Mai che avesse avuto difficoltà o esitazioni di fronte a una decisione, mai una stramaledetta volta lungo l’intero arco della sua stramaledetta vita.

Aveva scelto la sua prima macchina, la sua specializzazione universitaria, il suo primo impiego, il suo appartamento con la stessa disarmante semplicità con cui sceglieva di pulirsi il culo con la mano destra oppure con la sinistra. Qualcuno avrebbe potuto perfino spingersi a dire che il buon vecchio Frank semplicemente sceglieva di non scegliere. Si era cuccato la prima fidanzatina per il solo ed unico motivo che era stata lei a domandargli di uscire a cena, di andare al cinema, era stata lei a prenderlo per mano, ad abbassargli i pantaloncini e a fargli il primo pompino della sua lunga ed onorata carriera. Frank era il classico tipo di persona che quando vede una foglia cadere riesce solo a pensare che sta arrivando l’autunno. Tutto filava liscio, insomma.
Eppure, quella mattina, c’era qualcosa che proprio non gli tornava…

brano tratto dal racconto Il dubbio di Pietro Caturano in Profondo Noir

assaggi da Profondo Noir: Dobro Jutro

Pavel Semënovič si liberava delle bottiglie una volta a settimana; il giovedì mattina apriva la porta di casa e usciva con due secchi, uno di plastica e uno di alluminio pieni dei resti delle sue bevute. Vodka e birra con qualche esemplare di vino del Caucaso. Da quando era in congedo lo si vedeva nel cortile solo in quell’occasione, per disfarsi dei vuoti, i morti, come si dice nel gergo dei bevitori. Lo sentivano tutti sul pianerottolo quando si accingeva a compiere la missione settimanale; il respiro affannato, il passo pesante, le bottiglie che sbattevano fra loro e quelle che cadevano infrangendosi sul pavimento del pianerottolo. Restavano i vetri, dei quali Pavel Semënovič non si curava affatto, tutto quello che usciva dai secchi non era più affar suo. Se ne doveva occupare la moglie, Lena, una donna con i capelli di stoppa e le spalle da muratore. Questa non faceva in tempo a rientrare la sera che trovava un vicino a lamentarsi della sporcizia sparsa dal suo Paška nelle parti comuni.
– E’ una vergogna! Ogni volta bisogna stare attenti a non tagliarsi i piedi con questi vetri per terra.
Lena abbassava la testa desolata e cercava le chiavi nella sacca di tela militare con cui faceva la spesa, una tela robusta, che sembrava fatta apposta per trasportare patate.
Senza dire una parola apriva la porta e dopo poco usciva con la scopa di saggina, una scopa dal manico corto che la costringeva a stare con la schiena piegata come usava nelle famiglie di contadini.
L’appartamento in cui vivevo era di gente benestante per i criteri post-sovietici, la mia padrona di casa – la chozjajka – aveva pure una pianta di limone messa nell’intercapedine tra i due finestroni del salotto. Una pianta che era cresciuta dentro una latta di zuppa formato maxi e aveva persino dato frutti, con la temperatura che c’era negli interni riscaldati dagli impianti a gasolio. Non si faceva economia di riscaldamento a Mosca, anche in pieno inverno potevi stare in casa con una maglietta.
Un limone fresco di pianta a Mosca, chi l’avrebbe mai immaginato; quelli come me sapevano però che “Moskvà ne gorod a celyj mir” – Mosca non è una città ma un mondo intero. Un mondo che io cercavo di capire da studentessa di lingue idealista e anche un po’ presuntuosa quale ero a quel tempo.

tratto da Dobro Jutro di Katia Ceccarelli in Profondo Noir

assaggi da Profondo Noir: Gridalo forte

Il casco mi va stretto. E’ di Ciro, ma io tengo la testa più grossa. Se almeno potessi tenere la visiera alzata, forse andrebbe meglio. Ma Ciro dice che non se ne parla. E fa pure caldo. Mi sembra di stare in un forno. Sto troppo scomodo. Tengo il ferro tra i jeans e la pancia. Il calcio spinge contro l’inguine. La canna si è ficcata nell’interno della coscia, appena sotto le palle. Sto sudando, ma il casco è così stretto che le gocce di sudore neanche riescono a scorrere. Non sono nervoso, è solo ‘sto caldo. E poi il casco.
Ciro guida a singhiozzo: accelera e poi dà due botte di freno. C’è traffico e noi andiamo un po’ di fretta, ma la moto si muove agile tagliando in mezzo alle macchine. Seguo i movimenti di Ciro, accompagnando col culo e le gambe, ora a destra ora a sinistra. Non ho mai guidato una moto. Tengo lo scooter, un pezzo vecchio fatto di plastica. E’ un 125, ma fino a oggi mi è bastato. Nel bauletto sotto al sedile ci metto le panette di fumo. Ce ne vanno una sessantina, se sono lunghi trenta o quaranta centimetri e se non li hanno incartati con troppo cellophane. Non sono mai tornato a casa con un solo panetto sotto il sedile. Ciro dice che so’ capace e che porto parecchi soldi. Forse per questo mi hanno cominciato a dare pure la polvere. Quella si vende ancora più facile e si fanno più soldi. Con il fumo riesco a fare in una sera pure tremila euro, ma a me ne vanno solo cinquanta. Con la coca ci accapezzo il triplo, così mò mi posso pure comprare lo scooter nuovo. Ciro però dice che sono sprecato a fare ‘sto mestiere. Io so’ contento quando mi dice così. Mi ha spiegato che se mi comporto bene fra un po’ una moto come la sua me la posso comprare pure io.
“Quanto fai a sera, Gennà?”, mi chiese una volta Ciro.
“So’ 150 euro più o meno…”
“E so’ ancora pochi, Gennà…”

tratto da Gridalo forte, di Pietro Caturano, in Profondo Noir

Profondo Noir: assaggi

Sono sveglia. Butto giù le gambe dal letto.
Il display della sveglia mi informa che sono le 11 e 07 a.m.
La testa fra le mani rifletto, immobile come uno specchio. Gli scuri sono aperti ma non si vede nemmeno l’ombra di una luce.
Decido che è meglio dare un’occhiata in giro.
In bagno non è cambiato quasi nulla: Federica e Roberto sono nella vasca e l’acqua è ancora rossa, torbida. Solo l’odore del sangue è un poco più deciso. Li tocco con un dito: prima lui, poi lei. Sono rigidi, del tutto.
Esco dal bagno e scendo lentamente le scale. Alessandro è riverso sul tavolo. Accanto a lui tubetti di medicine e bottiglie di liquori. Respira debolmente.
Chissà che fine ha fatto Sara… La cerco nel bagno di servizio. La porta è chiusa a chiave da dentro, la luce è accesa. Dalla serratura ne vedo una mano. Contratta, verdognola. Sta ancora aggrappata al water. Ha preso candeggina e sgorgatubi prima di correre a chiudersi qui dentro. Quando sono andata a dormire gridava ancora.

brano tratto da Anno nuovo, vita nuova.

assaggi: Ventitré paia d’occhi

Parcheggio di Via Guernica.
L’appuntamento per le ore 11:30 Post Meridiane.
Serata umida, ma non ci si può aspettare altro da una serata nella bassa.
Con la solita scusa del “Ti devo parlare” ci eravamo dati appuntamento lì, in un posto poco illuminato e mode-ratamente tranquillo. Se c’è tanta luce, e devo discutere di cose importanti con qualcuno, sembra che le parole, prima di uscirmi dalla bocca, ristagnino tra la lingua ed il palato in preda ad una sorta di fotofobia.
Erano le 11:28 e io ero lì in macchina ad aspettare che arrivasse. Pochi minuti e parcheggia l’auto di fianco alla mia, spegne i fari, scende. Ha il cappotto marrone, cappotto che ho trovato decisamente attraente, un tempo.
Sale sulla mia auto, si sistema.
Io lo fisso, cercando di assumere l’aria più algida che posso, la mia bocca è morbidamente chiusa, non serrata. Non voglio fargli vedere la collera che mi scorre dentro.
In macchina, lei e lui.
Lei: viziata e solare. Lo ha amato, o almeno crede di averlo fatto, nel modo più altruistico possibile. Fino a che, un giorno, un suo amico non le aveva detto la verità. Shtock! Mazzata tra le scapole. Aveva boccheggiato per un po’, tipo pesce azzurro durante la stagione della fregola, lo aveva fissato (l’amico) e gli aveva detto: “Beh… grazie” e se n’era andata.
Lui: viziato e cortese. Provava a fare tutto quello che era possibile per accontentarla, ovviamente non ci riusciva mai. Non perché non ne avesse le capacità, ma perché le donne sono creature incontentabili, languide ed esigenti. Non odiava l’amico che cavallerescamente le aveva detto come stavano le cose. L’odio non era nel suo stile. L’odio richiede molto impegno e dedizione. Troppo faticoso.
Io ovviamente nella storia sono quella con gli occhi verdi e la bocca sofficemente chiusa. Imperturbabile.
Lui mi fissa per un po’, le sue pupille che mi ricordavano due caramelle succhiate, uno sguardo tipo quello del pesce azzurro durante la stagione della fregola. Siccome arguisce che non ho alcuna intenzione di schiudere le mie morbide labbra inizia lui.
“Ma perché fai così?” Gli attacchi non sono mai stati il suo forte.
“Così come?” Risposta, anzi, domanda volutamente stupida. Presuppone una certa indisponenza, cosa che Lui non sopporta, soprattutto da me.
“Lo sai eccome! Così. Come stai facendo. Sei fredda”. Ah, ah, ah. Ma davveeeero?!
“Guarda che mi sto comportando nel modo più normale possibile”. Mi sentivo come una vespa molesta. Lo detestavo per quello che mi aveva fatto. Stupido uomo.
“No, non è vero! Tu non sei così. Lo so IO e lo sai anche TU”.
“Mi sto comportando come ti meriti”. Imperdonabile caduta di stile.
“Cosa vuol dire come mi merito?” Anche se il discorso che stavamo facendo in macchina era piuttosto coinvolgente ed acceso, ci terrei a precisare che Lui non alzava mai la voce. Troppo faticoso.
“Ti tratto come ti meriti, brutto idiota! Dopo quello che mi ha detto il tuo amico hai ancora il coraggio di accampare delle pretese?” Io, essendo vespa, alzavo la voce, ECCOME.
“Ma IoTiAmo”. Precisazione: ‘Io ti amo’ di solito veniva fuori durante le discussioni nelle quali io lo stavo sbranando selvaggiamente e Lui, con la flemma da puzzola dei cartoni della Warner, tirava fuori questa frase congelando le mie sinapsi. Amava definirsi un Dostoevski del tempismo. Dostoevski aveva un PESSIMO tempismo per quanto ho capito.

tratto dal racconto Terribly Polite in Ventitré paia d’occhi di Elisa Massari che presenterà il suo libro giovedì 12 febbraio alle ore 21:00 alla libreria Mondadori di Carpi (MO).