assaggi da Profondo Noir: Dobro Jutro

Pavel Semënovič si liberava delle bottiglie una volta a settimana; il giovedì mattina apriva la porta di casa e usciva con due secchi, uno di plastica e uno di alluminio pieni dei resti delle sue bevute. Vodka e birra con qualche esemplare di vino del Caucaso. Da quando era in congedo lo si vedeva nel cortile solo in quell’occasione, per disfarsi dei vuoti, i morti, come si dice nel gergo dei bevitori. Lo sentivano tutti sul pianerottolo quando si accingeva a compiere la missione settimanale; il respiro affannato, il passo pesante, le bottiglie che sbattevano fra loro e quelle che cadevano infrangendosi sul pavimento del pianerottolo. Restavano i vetri, dei quali Pavel Semënovič non si curava affatto, tutto quello che usciva dai secchi non era più affar suo. Se ne doveva occupare la moglie, Lena, una donna con i capelli di stoppa e le spalle da muratore. Questa non faceva in tempo a rientrare la sera che trovava un vicino a lamentarsi della sporcizia sparsa dal suo Paška nelle parti comuni.
– E’ una vergogna! Ogni volta bisogna stare attenti a non tagliarsi i piedi con questi vetri per terra.
Lena abbassava la testa desolata e cercava le chiavi nella sacca di tela militare con cui faceva la spesa, una tela robusta, che sembrava fatta apposta per trasportare patate.
Senza dire una parola apriva la porta e dopo poco usciva con la scopa di saggina, una scopa dal manico corto che la costringeva a stare con la schiena piegata come usava nelle famiglie di contadini.
L’appartamento in cui vivevo era di gente benestante per i criteri post-sovietici, la mia padrona di casa – la chozjajka – aveva pure una pianta di limone messa nell’intercapedine tra i due finestroni del salotto. Una pianta che era cresciuta dentro una latta di zuppa formato maxi e aveva persino dato frutti, con la temperatura che c’era negli interni riscaldati dagli impianti a gasolio. Non si faceva economia di riscaldamento a Mosca, anche in pieno inverno potevi stare in casa con una maglietta.
Un limone fresco di pianta a Mosca, chi l’avrebbe mai immaginato; quelli come me sapevano però che “Moskvà ne gorod a celyj mir” – Mosca non è una città ma un mondo intero. Un mondo che io cercavo di capire da studentessa di lingue idealista e anche un po’ presuntuosa quale ero a quel tempo.

tratto da Dobro Jutro di Katia Ceccarelli in Profondo Noir

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5 pensieri su “assaggi da Profondo Noir: Dobro Jutro

  1. concordo con Koshka(lo dico per esperienza diretta e quotidiana….)e spero che la cosa si diffonda al mondo intero:)

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