Albina usa un dentifricio spermicida: disponibile sul catalogo 9muse

Da oggi in catalogo

Albina usa un dentifricio spermicida

Nove racconti con un unico filo conduttore: le donne.

Ne emerge un microcosmo femminile fuori dal comune: madri che commissionano lo sterminio della propria famiglia; donne alle prese col tradimento, con le diete, con le menzogne e con l’età; mogli, amanti, figlie; donne giovani, vecchie, inventate, impossibili, insopportabili, estreme.

Un repertorio di donne “diverse” e notevoli in ogni cosa che fanno o che non fanno, delle quali vengono svelati e catalogati manie, vizi, difetti e qualche piccola perversione, senza paura di raccontarsi in una prospettiva grottesca e inverosimile, con una verve gentilmente (o spietatamente?) ironica, fino a creare una voluta “confusione” di emozioni, disagi, speranze, che rompe gli schemi consueti, persino nella forma.

Silvia Mericone è nata a Roma nel 1976.
Attualmente scrive sceneggiature per fumetti per le case editrici Cagliostro e-press e Coniglio editore. Per la casa editrice Cronache di Topolinia cura le serie “Gothic”, “Gabbia dorata” e di prossima uscita “Passo in pietra”. Ha pubblicato il racconto “Programma di riabilitazione Saverio” nella raccolta “Toilet n.10”, edizioni 10844.
Scrive su su http://fumetti542.altervista.org/wordpress

assaggi da Profondo Noir: Il dubbio

C’era effettivamente qualcosa di sbagliato. Se lo sentiva. Era bastato aprire gli occhi, al buon vecchio Frank, e l’aveva capito subito. Un po’ come i vecchi che aspettano il caldo torrido dell’estate. Lo sentono arrivare da lontano, lamentandosi. Si danno un’ultima occhiata intorno, poi cominciano a morire. Inesorabilmente, spiaccicati sull’asfalto come cicche spente. Dev’essere una specie di sesto senso che ti avverte quando i guai si affacciano all’orizzonte preannunciati dal rullare incazzato dei tamburi. Frank se lo sentiva, punto e basta. Non si era ancora dato la prima grattata di coglioni mattutina e già sapeva che qualcosa era dannatamente sbagliato. Che mi venisse un colpo!, pensò il buon vecchio Frank.

Provò a guardarsi attorno, posando lo sguardo perplesso sulla solita camera da letto. Le lenzuola bianche stropicciate, le stampe appese alle pareti, la lampada Ikea. Tutto al posto giusto. Anche la pianta finta, maniacalmente spolverata, nell’angolo di fianco alla porta, se ne stava al suo posto, immobile. Eccheccazzo, sibilò Frank a denti stretti. Era visibilmente infastidito, il buon vecchio. Era una cosa ben strana, quella sensazione. A maggior ragione se si pensa che a quel povero diavolo non succedeva mai un cazzo di niente. Si svegliava, mangiava, cagava, dormiva e con estrema semplicità si svegliava di nuovo. Talvolta gli capitava di prendersi una sbronza o di farsi una sega. Ogni volta che si lustrava l’arnese, poi, si sentiva un vero sporcaccione e la cosa doveva eccitarlo non poco, dato che il più delle volte si concedeva il bis.

Una vita lineare, insomma, senza pennellate creative ma neppure troppe sbavature. Frank parlava di politica, giocava a calcetto con i colleghi della banca, andava a troie nei fine settimana ma solo dopo aver pulito l’appartamento. Lo faceva tutte le settimane, di sabato. Ogni tanto si faceva venire strane idee in merito a possibili utilizzi alternativi dell’aspirapolvere, ma finora si era limitato alle beneamate pratiche onanistiche. Non si era mai fermato a riflettere granché, quel gran figlio di puttana di Frank. Di norma lasciava che le cose capitassero, aspettava che andassero a lui come le stramaledette anime vanno a Gesù Cristo. Senza particolare sforzo, dunque, sospinte dall’inerzia e dalla consuetudine. Mai che avesse avuto difficoltà o esitazioni di fronte a una decisione, mai una stramaledetta volta lungo l’intero arco della sua stramaledetta vita.

Aveva scelto la sua prima macchina, la sua specializzazione universitaria, il suo primo impiego, il suo appartamento con la stessa disarmante semplicità con cui sceglieva di pulirsi il culo con la mano destra oppure con la sinistra. Qualcuno avrebbe potuto perfino spingersi a dire che il buon vecchio Frank semplicemente sceglieva di non scegliere. Si era cuccato la prima fidanzatina per il solo ed unico motivo che era stata lei a domandargli di uscire a cena, di andare al cinema, era stata lei a prenderlo per mano, ad abbassargli i pantaloncini e a fargli il primo pompino della sua lunga ed onorata carriera. Frank era il classico tipo di persona che quando vede una foglia cadere riesce solo a pensare che sta arrivando l’autunno. Tutto filava liscio, insomma.
Eppure, quella mattina, c’era qualcosa che proprio non gli tornava…

brano tratto dal racconto Il dubbio di Pietro Caturano in Profondo Noir

assaggi da Profondo Noir: Dobro Jutro

Pavel Semënovič si liberava delle bottiglie una volta a settimana; il giovedì mattina apriva la porta di casa e usciva con due secchi, uno di plastica e uno di alluminio pieni dei resti delle sue bevute. Vodka e birra con qualche esemplare di vino del Caucaso. Da quando era in congedo lo si vedeva nel cortile solo in quell’occasione, per disfarsi dei vuoti, i morti, come si dice nel gergo dei bevitori. Lo sentivano tutti sul pianerottolo quando si accingeva a compiere la missione settimanale; il respiro affannato, il passo pesante, le bottiglie che sbattevano fra loro e quelle che cadevano infrangendosi sul pavimento del pianerottolo. Restavano i vetri, dei quali Pavel Semënovič non si curava affatto, tutto quello che usciva dai secchi non era più affar suo. Se ne doveva occupare la moglie, Lena, una donna con i capelli di stoppa e le spalle da muratore. Questa non faceva in tempo a rientrare la sera che trovava un vicino a lamentarsi della sporcizia sparsa dal suo Paška nelle parti comuni.
– E’ una vergogna! Ogni volta bisogna stare attenti a non tagliarsi i piedi con questi vetri per terra.
Lena abbassava la testa desolata e cercava le chiavi nella sacca di tela militare con cui faceva la spesa, una tela robusta, che sembrava fatta apposta per trasportare patate.
Senza dire una parola apriva la porta e dopo poco usciva con la scopa di saggina, una scopa dal manico corto che la costringeva a stare con la schiena piegata come usava nelle famiglie di contadini.
L’appartamento in cui vivevo era di gente benestante per i criteri post-sovietici, la mia padrona di casa – la chozjajka – aveva pure una pianta di limone messa nell’intercapedine tra i due finestroni del salotto. Una pianta che era cresciuta dentro una latta di zuppa formato maxi e aveva persino dato frutti, con la temperatura che c’era negli interni riscaldati dagli impianti a gasolio. Non si faceva economia di riscaldamento a Mosca, anche in pieno inverno potevi stare in casa con una maglietta.
Un limone fresco di pianta a Mosca, chi l’avrebbe mai immaginato; quelli come me sapevano però che “Moskvà ne gorod a celyj mir” – Mosca non è una città ma un mondo intero. Un mondo che io cercavo di capire da studentessa di lingue idealista e anche un po’ presuntuosa quale ero a quel tempo.

tratto da Dobro Jutro di Katia Ceccarelli in Profondo Noir

assaggi da Profondo Noir: Gridalo forte

Il casco mi va stretto. E’ di Ciro, ma io tengo la testa più grossa. Se almeno potessi tenere la visiera alzata, forse andrebbe meglio. Ma Ciro dice che non se ne parla. E fa pure caldo. Mi sembra di stare in un forno. Sto troppo scomodo. Tengo il ferro tra i jeans e la pancia. Il calcio spinge contro l’inguine. La canna si è ficcata nell’interno della coscia, appena sotto le palle. Sto sudando, ma il casco è così stretto che le gocce di sudore neanche riescono a scorrere. Non sono nervoso, è solo ‘sto caldo. E poi il casco.
Ciro guida a singhiozzo: accelera e poi dà due botte di freno. C’è traffico e noi andiamo un po’ di fretta, ma la moto si muove agile tagliando in mezzo alle macchine. Seguo i movimenti di Ciro, accompagnando col culo e le gambe, ora a destra ora a sinistra. Non ho mai guidato una moto. Tengo lo scooter, un pezzo vecchio fatto di plastica. E’ un 125, ma fino a oggi mi è bastato. Nel bauletto sotto al sedile ci metto le panette di fumo. Ce ne vanno una sessantina, se sono lunghi trenta o quaranta centimetri e se non li hanno incartati con troppo cellophane. Non sono mai tornato a casa con un solo panetto sotto il sedile. Ciro dice che so’ capace e che porto parecchi soldi. Forse per questo mi hanno cominciato a dare pure la polvere. Quella si vende ancora più facile e si fanno più soldi. Con il fumo riesco a fare in una sera pure tremila euro, ma a me ne vanno solo cinquanta. Con la coca ci accapezzo il triplo, così mò mi posso pure comprare lo scooter nuovo. Ciro però dice che sono sprecato a fare ‘sto mestiere. Io so’ contento quando mi dice così. Mi ha spiegato che se mi comporto bene fra un po’ una moto come la sua me la posso comprare pure io.
“Quanto fai a sera, Gennà?”, mi chiese una volta Ciro.
“So’ 150 euro più o meno…”
“E so’ ancora pochi, Gennà…”

tratto da Gridalo forte, di Pietro Caturano, in Profondo Noir